Dazi sì. Dazi No. Dazi perché?
Il presidente americano Trump ha abbattuto due tabù in un colpo solo: ha utilizzato una misura scorretta per rompere i rapporti con l'Europa, storica alleata. L'analisi di Paola Margnini responsabile del Centro studi Confindustria Varese

Nel commercio mondiale sono ormai venuti meno due tabù sulla cui base si è giocato lo sviluppo globale degli ultimi 80 anni: la progressiva apertura dei mercati e la collaborazione tra Stati Uniti ed Europa, sostituita dalla dottrina “America First”. Sempre e comunque. Con effetti diretti e indiretti sulle esportazioni di tutti i territori, soprattutto quelli fortemente manifatturieri e orientati all’internazionalizzazione come Varese, e di riarticolazione produttiva. Trasformazioni che stanno dando vita a un riassetto competitivo tra i più importanti della storia economica recente
Paola Margnini (Responsabile Centro studi Confindustria Varese)
La premessa metodologica è d’obbligo. Questo articolo è stato scritto in due tempi. La prima stesura è avvenuta ad appena 12 ore dall’annuncio dei dazi sulle auto in ingresso negli Usa. Poi è stato integralmente rivisto dopo solo due ore dall’annuncio del presidente Trump di avvio della guerra globale dei dazi reciproci che fissa per l’Europa la tariffa del 20% e per le auto del 25%. Vista l’estrema mobilità dello scenario è importante sottolinearlo perché ci troviamo di fronte ad escalation nelle tensioni commerciali senza eguali il cui andamento è in continua evoluzione e perciò imprevedibile.
I primi 100 giorni della presidenza Trump, infatti, si sono aperti con annunci quasi quotidiani di un inasprimento della politica dei dazi da parte dell’Amministrazione statunitense. Annunci seguiti spesso da revisioni e da correzioni di tiro. Tanto che in molti hanno interpretato il metodo Trump come un sistema levantino non politicamente convenzionale di negoziazione. L’annuncio del 2 aprile, che sia negoziabile o meno, crea però un’importante scissione tra un prima ed un dopo nelle relazioni commerciali internazionali. Dopo 3 mesi di affondi mediatici (e non) da inizio aprile sono entrati in vigore dei dazi che questa volta, da annuncio globale, interessano anche i prodotti europei. Si tratta del superamento di un duplice tabù.
I DUE TABÙ SUPERATI
Il primo tabù è che il dazio sia in sé una misura competitiva scorretta perché crea una barriera protettiva laddove la competitività relativa andrebbe in altra direzione. Un “tabù” o, meglio, una regola negoziale, che ha guidato decenni di progressiva apertura dei mercati internazionali, è stato il principio guida della stesura dei trattati di commercio internazionale ed è indubbiamente alla base della fioritura del mondo dal secondo dopoguerra in poi.
Un tabù che contiene una filosofia di collaborazione e di superamento della conflittualità che ha caratterizzato gli ultimi 80 anni di crescita economica ed ha permesso l’ampliamento della platea dei paesi sviluppati in una logica democratica.
Il secondo tabù riguarda i rapporti tra Usa ed Europa, tradizionalmente alleati e cooperanti. In questo caso Trump ha voluto porre un’importante discontinuità nei rapporti, affermando in questo modo che nulla è scontato e che l’America First è un concetto che vuole praticare in solitaria. Una affermazione del principio della supremazia versus quello della collegialità.
Scendendo dalle strategie al quotidiano, la domanda che tutti si pongono è cosa succederà ora a territori e tessuti produttivi caratterizzati da una importante apertura commerciale con gli Usa. Varese, in quanto provincia a forte traino di esportazioni, è senz’altro uno di questi.
In generale si possono delineare almeno tre effetti: un effetto diretto sulle merci sottoposte a dazio; un effetto indiretto per i componenti; un effetto di riarticolazione degli investimenti diretti esteri internazionali.
Oltre a questi effetti dovremo attenderci, sul piano macroeconomico generale, un’ondata di inflazione generalizzata e pesanti squilibri sulle borse e sui risparmi difficili in questo momento da quantificare. Proviamo a esaminare dal punto di vista commerciale cosa potrebbe significare per una provincia manifatturiera come Varese.
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