Per gli studi sulle “costituzioni volute dal popolo“ lo storico di Luino Maurizio Isabella premiato al ministero della Cultura
Il professore originario della città lacustre che insegna storia Moderna a Londra pubblica “L’Europa del Sud nell’era delle rivoluzioni“: è libro dell'anno del Premio Nazionale Risorgimento. La narrazione di una mobilitazione popolare di due secoli fa sotto il grido “Costituzione o morte!"
Il 29 novembre, nell’ambito del Premio Nazionale Risorgimento, presso la sede del Ministero della cultura, al luinese Maurizio Isabella è stato consegnato il premio “Libro dell’anno” per il suo volume “Southern Europe in the age of revolutions” (edizioni Princeton University Press, 2023).
Il premio è stato consegnato assieme al premio speciale della giuria assegnato a Giuliano Amato, al premio per la carriera conferito a Catherine Brice dell’Università di Parigi, e al premio per la divulgazione storica (Dino Messina del Corriere della Sera).
Maurizio Isabella è uno storico di fama internazionale. Professore di storia moderna alla Queen Mary University di Londra, è stato invitato a insegnare e a trascorrere periodi di ricerca con fellowship al Birkbeck College di Londra, a Cambridge, Princeton e Harvard, all’Istituto Universitario Europeo e alla École Normale Supérieure di Parigi.
Il prossimo 3 dicembre a Napoli, presso la Società Napoletana di Storia Patria, il professore riceverà anche il Premio Giuseppe Galasso per un libro di storia medievale, moderna o contemporanea dedicato alla memoria di uno dei maggiori storici italiani del ventesimo secolo. Infine è tutt’ora in corsa come finalista per il principale premio americano di storia europea contemporanea, il Laura Shannon Prize in Contemporary European History.
In veste di consigliere comunale ho coinvolto Maurizio Isabella nel gemellaggio tra giovani europei tenutosi a Luino nell’estate 2022. Aldilà dei riconoscimenti, credo che un luinese di tale spessore meriti di essere conosciuto nella sua regione di origine, e a tal fine mi sono permesso di intervistarlo.
Professore Isabella, ci riassuma il Suo percorso, da Luino a Londra. Lei nasce come storico?
«Mi sono laureato ormai più di 30 anni fa in lettere moderne a indirizzo storico all’università di Milano. Su suggerimento del mio maestro milanese, il grande storico dell’età moderna e dell’illuminismo Carlo Capra, andai a studiare come studente Erasmus all’università di Cambridge, dove ho poi conseguito il mio dottorato di ricerca in storia. Tuttavia non ho intrapreso immediatamente la carriera accademica, ma ho lavorato per 5 anni a Bruxelles nel mondo delle istituzioni europee prima di approdare all’università di Londra nel 2006. Al Queen Mary College insegno storia italiana, storia europea, storia globale, e storia del pensiero politico».
Il Suo ultimo libro, “L’Europa del Sud nell’era delle rivoluzioni” è frutto di dieci anni di ricerche maturate in mezza Europa. La bibliografia è impressionante, il pubblico a cui mira sono studenti e studiosi di storia moderna. Provi a spiegare il tema principale ad un pubblico generico.
«L’età delle rivoluzioni è un luogo classico della storia moderna, ed è considerato come uno dei momenti fondativi della modernità. Il periodo che va dalla rivoluzione americana del 1776 alla rivoluzione francese del 1789 alle rivoluzioni del 1848 segna la nascita della politica moderna, caratterizzata da mobilitazione popolare, dall’introduzione di costituzioni che garantiscono diritti individuali ed introducono governi rappresentativi. Io mi sono occupato di un momento particolare di questo periodo, gli anni venti dell’ottocento, momento in cui le rivoluzioni contro le monarchie assolute che dominavano il continente europeo esplosero nel meridione del continente, in Spagna, Portogallo, Piemonte e Liguria (allora Regno di Sardegna), e nel regno delle Due Sicilie, che comprendeva le province napoletane e la Sicilia, e i territori della Grecia che facevano parte allora dell’Impero Ottomano».
Gli anni 1820, all’indomani delle guerre napoleoniche, sono un periodo trascurato dalla storiografia classica. Perché va documentato?
«In effetti gli episodi di quel periodo sono generalmente trascurati o licenziati in poche parole nei libri di storia europea, che tendono a concentrarsi sugli eventi che avvennero in Francia o nel nord dell’Europa. Quando sono citati, vengono considerati come eventi di poco conto, come rivolte militari senza alcun sostegno popolare, irrilevanti nella storia della nascita dei governi rappresentativi in Europa. Nel mio lavoro io sostengo invece il contrario. Come ho potuto dimostrare, esistette in questi paesi un vero e proprio costituzionalismo popolare, ossia un movimento di massa a favore del governo costituzionale. Marinai, contadini, artigiani, parroci, soldati, ufficiali, negozianti scesero nelle piazze delle loro città e villaggi in questi paesi per sostenere la costituzione, il governo rappresentativo, ed il diritto di voto in paesi dove non esistevano ancora. Quello che è davvero straordinario di queste rivoluzioni è che introdussero un suffragio maschile quasi universale. In quel decennio in nessun altro paese europeo, nemmeno in Francia o in Inghilterra, godevano di diritti elettorali così vasti. Nei paesi coinvolti costituirono un periodo straordinariamente importante nella politicizzazione delle società, sia a sostegno delle costituzioni che contro la loro introduzione. Queste rivoluzioni, tutte represse grazie a interventi armati a parte quella greca, diedero vita ad un ciclo di rivoluzioni e controrivoluzioni che durarono fino alla seconda metà dell’ottocento, e che nel caso della penisola italiana risultarono nella nascita del Regno d’Italia».
Quale metodo e quale prospettiva ha adottato nella sua ricerca?
«Ho utilizzato il metodo della storia comparata (confrontando eventi che avvenivano simultaneamente in vari paesi, per sottolineare sia le divergenze che le convergenze esistenti tra questi fenomeni rivoluzionari), e della storia connessa o transnazionale. Questo approccio si concentra sulle relazioni di scambio ed interazione esistenti tra luoghi anche lontani, ossia sulla circolazione di idee e di persone attraverso diversi spazi geografici. Il Mediterraneo di primo ottocento era un grande spazio di circolazione e scambio di merci, ma anche di individui (migranti, commercianti) e di idee. Le rivoluzioni produssero nuove forme di mobilità, sotto forma di combattenti che andavano come volontari da una rivoluzione all’altra, e di rifugiati che si spostavano attraverso il Mediterraneo (Il conflitto prodotto dalla rivoluzione greca produsse almeno 50,000 rifugiati in fuga dalla guerra)».
Tornando a Luino, Lei nella cittadina lacustre tenne una piccola lezione ai ragazzi italiani, francesi e tedeschi del gemellaggio sul tema della cosiddetta primavera dei popoli europei del 1848. Giostrando tra le rispettive versioni nazionali dei moti, unì poi i puntini della Storia per arrivare all’inevitabile conclusione : quella del destino comune dei popoli europei. Si può dire che oggi come allora, o come 100 anni fa, la storia si ripete? Che permane una netta contrapposizione tra Risorgimento europeo e Risorgimento “provinciale”?
«La storia dimostra come non esiste un ‘destino comune’ predeterminato, ma che ogni svolta e mutamento è prodotto di specifiche congiunture che si aprono verso diverse direzioni e possibilità. Ogni movimento locale e provinciale ha avuto nella storia e continua ad avere relazioni con più larghi trend e mutamenti storici. Le rivoluzioni ottocentesche a livello locale e in tutta Europa mostrano le multiple possibilità dei nuovi discorsi basati su nazione, internazionalismo, e democrazia. Nell’ottocento rivoluzionario è stato possibile utilizzare l’idea di nazione quale strumento di battaglie emancipatrici per i diritti democratici basati sulla solidarietà transnazionale, e non solo come strumento di affermazione di stati contro gli altri. Ma il linguaggio rivoluzionario della nazione, utilizzato contro l’oppressione degli imperi, venne anche adottato per impedire la tolleranza, per escludere, e per opprimere i diritti di minoranze etniche e linguistiche, e per giustificare nuove espansioni imperiali. In un mondo in cui le nazioni non esistevano, ma venivano immaginate per la prima volta, non era chiaro quali confini territoriali avessero, cosa le definisse, quali etnie o gruppi religiosi includessero, quali fossero i confini dell’Europa delle nazioni, quali popoli avessero il diritto alle libertà costituzionali e all’autonomia, e quali invece dovessero esser soggetti a dominio coloniale a Oriente. La storia ci mostra insomma le congiunture in cui queste possibilità emancipatrici ma anche queste involuzioni e questi slittamenti furono possibili, e ci ricorda le scelte a cui le opinioni pubbliche dei nostri paesi sono state chiamate, ieri e oggi».
Di seguito il discorso di premiazione di Maurizio Isabella (nella foto, in un momento pubblico a Luino: la sua lectio magistralis nell’ambito di un progetto di gemellaggio che ha coinvolto molti giovani):
Gentile Direttore, egregi membri della giuria, egregi colleghi, signore e signori,
È con sincera riconoscenza e grande emozione che ricevo oggi questo riconoscimento da Voi per le mie ricerche. Insegno storia italiana ed europea da oltre vent’anni all’università di Londra. La mia emozione per questo premio che viene dal mio paese di origine è accresciuta e amplificata proprio da questa mia condizione di italiano che lavora da molti anni all’estero. Come è inevitabile, anche il lavoro di ricerca storica non è mai interamente indipendente da fattori autobiografici. La decisione di scrivere il libro per cui generosamente vengo premiato oggi avvenne in preciso contesto storico: la crisi finanziaria che colpì con diversa intensità Portogallo, Spagna, Italia e Grecia tra il 2010 ed il 2012. Quella crisi rinforzò all’estero i pregiudizi sulla debolezza strutturale e sulla poca affidabilità delle istituzioni dei paesi del sud Europa. Io, che sono di origine subalpina, e che mi sono sempre rappresentato come uomo del nord, vivendo in Inghilterra ho scoperto invece di esser uomo del sud, di questo sud.
Scrivere un libro sull’Europa del Sud negli anni 20 dell’ottocento, rivolto ad un pubblico internazionale, ha voluto dire ritornare ad un momento della storia dell’Europa in cui la iniziativa per le istituzioni rappresentative e le libertà costituzionali veniva proprio da questi paesi. I diritti di voto introdotti ed esercitati durante questa ondata rivoluzionaria erano i piu’ estesi in Europa all’epoca. Voleva dire recuperare la memoria di un momento storico e di una area geografica largamente ignorati o congedati in poche righe nei libri di storia europea, come rivoluzioni deboli e prive di sostegno popolare.
Come ho potuto scoprire invece, nelle città grandi e piccole del Meridione, della Sicilia, del Piemonte e della Liguria, come in quelle di Spagna, Portogallo e Grecia, era esistita una grande mobilitazione popolare al grido di ‘Viva la Costituzione!’, o ‘Costituzione o morte!’.
Nei dieci lunghi anni che mi hanno occupato nella stesura di questo libro, ho maturato infiniti debiti personali ed intellettuali. Ma alcuni debiti contano più di altri. Come ha ricordato il professore Campi, il premio per il Risorgimento vuole essere ‘anche un riconoscimento simbolico a tutti i grandi maestri che nel corso dei decenni hanno contribuito ad una conoscenza sempre più dettagliata, critica e obiettiva del nostro passato’. Qui ne voglio ricordare due in particolare. Il primo è il mio maestro, uno dei maggiori studiosi di illuminismo in Europa, Carlo Capra, a cui devo la decisione di abbracciare la professione di storico. Il suo sostegno e la sua convinzione che avrei portato a compimento questo progetto sono stati essenziali per il completamento del mio libro. A lui va oggi tutta la mia commossa gratitudine. Il secondo è Franco Venturi, spesso e a ragione considerato come il maggiore storico italiano del ventesimo secolo. In un famoso intervento durante il 32simo congresso dell’Istituto del Risorgimento del 1953, intitolato ‘La Circolazioni delle Idee’, Venturi sottolineava la necessità di superare [cito] ‘la boria delle nazioni’, per studiare il Risorgimento italiano come fenomeno profondamente intrecciato alla cultura ed alle trasformazioni di tutto il continente. È naturalmente impossibile replicare l’efficacia del metodo di questo grande maestro. Tuttavia ho cercato di non dimenticare mai il suo invito a studiare la storia d’Italia come storia europea. Questo è stata la sua più grande lezione, questo è stato e continua ad esser ancora oggi il punto di partenza delle mie riflessioni di storico dell’ottocento. Grazie per la vostra attenzione.
Maurizio Isabella
(intervista a cura di Libero Tatti)
Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.